Dalla gavetta, dal lavoro manuale, dalle regole, “ho imparato tutto, anche a raggiungere con coraggio obiettivi sfidanti apprezzando tutto il percorso con le sue ombre”, confessa.  “Attraverso la formazione”, aggiunge, “ho invece affinato, valorizzato e talvolta scoperto capacità che mi hanno consentito di andare oltre”. Silvia Nicolis, presidente del Museo Nicolis di Villafranca, ha raccolto la sfida del padre Luciano prendendo in mano il museo da lui fondato, imprimendo una svolta innovatrice e proiettandolo nel gotha internazionale delle istituzioni culturali del settore.

Il Museo Nicolis nasce da un’intuizione di suo padre Luciano, importante e sofisticato collezionista. Quando ha capito che questo spazio ricco di storia e di arte poteva diventare un’impresa?
L’ho visualizzato ancor prima della sua apertura al pubblico. Sono nata in Lamacart, il nostro Gruppo aziendale, e ho avuto anche la fortuna di crescere in mezzo a questa grande passione delle auto d’epoca. Tutt’ora non saprei scindere le due cose perché sono il mio stile di vita, le due metà della mela. Mio padre mi ha sempre portata in giro per il mondo a visitare industrie e musei internazionali dove cultura e impresa da sempre si fondono. È stata una conseguenza naturale. Gestire un museo o un’attività commerciale segue dinamiche molto simili con il plus che in un luogo ricco di storia e turismo, ogni giorno conosci tante persone, aneddoti, vivi esperienze che arricchiscono in primis te stesso.

Sembrava una “missione impossibile” la sua: trasformare un museo inizialmente meta di appassionati in una realtà internazionale richiesta da imprese, agenzie, scuole, capace di affascinare anche chi non è un cultore delle auto storiche. Il Museo Nicolis oggi è una impresa produttiva. Come è stato possibile?
Per me è stato automatico applicare in questo contesto culturale le nozioni acquisite in azienda. Credo sia condivisibile il fatto che qualsiasi attività generi dei costi che debbano essere compensati e per farlo è indispensabile applicare una logica commerciale. Un museo non è un luogo di contemplazione statica, ma è una grande agorà dove ogni giorno accade qualcosa, in cui le persone debbono essere incuriosite, coinvolte e soprattutto motivate a tornare. La nostra attività è un servizio al pubblico che oltre alle collezioni, che peraltro vengono continuamente arricchite ed ampliate, include attività turistiche, congressuali, formative, partnership editoriali, servizi fotografici, co-marketing e quant’altro. Non ho la presunzione di suggerire ad altri questo modello, posso però affermare che una visione trasversale e polivalente come questa ci consente di operare ed essere presenti su un mercato molto più vasto di quello che normalmente occupa un museo tradizionale. Questa visione e questo approccio “imprenditoriale” sono molto più consueti a livello internazionale.

Ha detto spesso di considerare l’italianità un suo punto di forza. Lo è stato anche nel processo di internazionalizzazione del museo?
La nostra storia, le tradizioni, la creatività, il design, l’artigianato, la cucina, i paesaggi, il nostro calore sono un patrimonio inestimabile che ci invidia il mondo intero. All’estero mi sento sempre a casa, c’è un’apertura totale alla cultura italiana che soprattutto nell’automotive è stata particolarmente significativa. Il nostro “fare” autentico, famigliare e professionale è un mix ideale per dialogare con tutti i Paesi. In un mondo frenetico che oramai cambia al tempo di un clic, mi metto in gioco con la “mia faccia”, con il mio tempo, affiancata da un team di persone presenti, preparate e disponibili. Affermo con una certa convinzione che la cultura dell’accoglienza oggi vince. Che significa: ascoltare, riconoscere i bisogni degli altri, imparare a soddisfarli, a dialogare e ad interagire con persone diverse, di tutto il mondo. Ci si deve mettere sempre in discussione, cambiare i punti di vista, guardando ogni cosa con gli occhi degli altri. Internazionalizzare per me vuol dire adattare e plasmare il nostro prodotto ad altri mercati, a nuove opportunità, mettendo sempre l’uomo con i suoi valori al centro. Questo atteggiamento non passerà mai di moda.

Nelle scorse settimane la vittoria del prestigioso riconoscimento di «Museum of the year 2018» nell'ambito dell'evento «The Historic Motoring Awards» è stato il coronamento di questo percorso che ha portato il Museo Nicolis sul podio delle eccellenze internazionali. Cosa significa per lei questo premio? Anzitutto è un riconoscimento che mi riempie di orgoglio per la memoria di mio padre Luciano, il fondatore del museo e per l’Italia. È per me una conferma che la strada che stiamo percorrendo è quella giusta. Un riconoscimento internazionale è un grande stimolo, un nuovo inizio che apre tante finestre sul mondo. Significa fare sempre meglio come individui e come squadra. Ora spetta solo a noi cogliere questa sfida che inevitabilmente alza l’asticella delle performances ma anche dell’entusiasmo.

Un museo moderno, tutt’altro che tradizionale come dimostra anche la presenza delle prestigiose auto d’epoca delle vostre collezioni in alcuni video musicali diventati molto celebri. Come si coniugano queste due forme d’arte?
La presenza delle auto d’epoca nei video offre uno spunto di riflessione: andare avanti nella modernità portando con sé le cose belle che ci vengono dal passato. Questo è un pensiero che sta attraversando l’arte e la filosofia ed è un messaggio che condivido completamente. Il progresso tecnologico è alla base dell’evoluzione culturale e sociale. Le nostre collezioni, che raccontano come erano, come vivevano gli uomini e le donne di una volta sono uno specchio affascinante della società, cosi come lo è la musica che parla ai giovani e può essere un mezzo con cui trasmettere cultura e far rivivere la storia e gli oggetti d’epoca.  I video clip sono un mezzo dinamico e attuale attraverso cui dare visibilità alle collezioni esposte al Museo. Poter dialogare tramite la musica con tutte le generazioni è importante e gli strumenti digitali attuali così diretti, rappresentano una nuova dimensione poiché permettono di raccontare e far rivivere un patrimonio storico anche ai più giovani.

Lei è senza dubbio l’artefice del successo del museo: una imprenditrice dotata, riconosciuta a livello internazionale. Quanto conta l’indole e il carattere e quanto la formazione, la disponibilità a mettersi in gioco e imparare?
Non lo definisco mai “successo” che mi ricorda qualcosa che è già passato, ma lo chiamo “divenire”.  Ogni mia giornata deve coincidere con il piacere di crescere, di formarsi, di confrontarsi, di sperimentarsi nelle soddisfazioni e nelle difficoltà, così è nel lavoro, così nella vita. Probabilmente questa indole è il binomio tra esperienza e formazione.  Dalla gavetta, dal lavoro manuale, dagli esempi, dalle regole, dalle rinunce e dalla fatica ho imparato tutto, anche a raggiungere con coraggio obiettivi sfidanti apprezzando tutto il percorso con le sue ombre.  Attraverso la formazione ho invece affinato, valorizzato e talvolta scoperto capacità che mi hanno consentito di “andare oltre”.  Essere affiancati da professionisti che aiutano a guardarti dall’esterno è un grande vantaggio, soprattutto per noi imprenditori abituati a ruoli di comando e quindi alla solitudine. Raramente percepiamo i chiaro-scuri della nostra leadership e delle performance a 360° perché giustamente concentrati a fare quadrare i bilanci quotidiani. Cassiopea è stata per me un riferimento significativo, un faro che ha illuminato diverse strade-opportunità quando magari ne vedevo solo una. Saper fare questo nella vita di un imprenditore, senza mai stravolgere il suo campo, significa senza dubbio avere competenze, visione e capacità.     

La volontà di investire in formazione è probabilmente un aspetto che distingue le nuove generazioni di imprenditori dai loro genitori. Lei ha ricoperto cariche in diverse associazioni, da Confindustria a Federturismo e Museimpresa, osservatori importanti per analizzare l’andamento delle imprese: trova che tra gli imprenditori si stia diffondendo la consapevolezza dell’importanza della formazione?
Ho vissuto sulla mia pelle questa evoluzione. La mia generazione è forse quella che ne ha decretato il grande sviluppo in Italia. Giovani che provenivano da aziende “patriarcali” quasi mai con strutture manageriali. L’epoca in cui i figli succedevano ai genitori per legame famigliare raramente per merito. C’era questa voglia di dimostrare le proprie capacità, di portare in azienda la propria idea, di far sentire la propria voce. Per farlo per me e per tanti miei colleghi è stato indispensabile “imparare” a proporre obiettivi ben formati, progetti concreti e fattibili con l’atteggiamento giusto. Gli imprenditori di oggi sono quei giovani consapevoli che la formazione continua, sia per noi che per i collaboratori, è un importante elemento competitivo e di crescita.   

Il Museo Nicolis racconta il passato. Per il futuro quali obiettivi si pone per la sua impresa?
Per il Gruppo Lamacart una continua espansione con un occhio di riguardo allo scenario internazionale e a tutte le tematiche legate all’ambiente e alla sostenibilità, che sono una priorità. Per il museo invece si concretizza una nuova era lavorativa che si affaccia sul mondo in un dialogo aperto a tutte le culture, senza confini. Posizionarsi su altri mercati significherà creare tante connessioni, anticipando e soddisfacendo i bisogni di tutti. Oggi dobbiamo essere innovativi e veloci, mantenendo vivo il piacere dei valori tradizionali. Amo ricordare che “nel futuro vi troveremo solo quello che saremo stati capaci di portarvi”. Quindi rimbocchiamoci le maniche perché tra qualche anno vorrei essere qui a raccontare di un altro sogno realizzato: ne ho un cassetto pieno.

24/01/2019 • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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