Intervista Antonello Vedovato

La tecnologia che rivoluziona il processo di apprendimento: lo diffonde in tutto il mondo, in qualsiasi momento, adattandolo alla singola persona, della quale potenzia lo sviluppo umano e professionale. L’illuminazione – la prima di una serie – Antonello Vedovato l’ha avuto a metà degli anni Novanta, negli Stati Uniti: alle spalle aveva una lunga esperienza all’istituto Salesiano San Zeno, dove insegnare significa promuovere, orientare, accompagnare la persona. Quell’illuminazione lo ha portato alla fondazione di Edulife, “una comunità di apprendimento permanente sulla formazione aperta e continua”.

Edilufe è nata una quindicina di anni fa, ma affonda le radici alla fine degli anni Ottanta. Quali cambiamenti iniziò ad avvertire in quel periodo?

La filosofia, il pensiero, il metodo alla base di Edulife nascono all’interno dell’istituto Salesiano, dove insegnavo. Negli ultimi anni Ottanta era in corso la Terza Rivoluzione Industriale, dell’elettronica, dell’automazione industriale, che stavano invadendo tutti gli ambiti. Noi abbiamo agganciato l’innovazione tecnologica portando a Verona Microsoft, Ibm, Siemens, tutti i maggiori brand di quel tempo e facendo dell’istituto San Zeno il loro learning center. In realtà noi siamo diventati esperti di tecnologie ma il nostro focus sono le metodologie didattiche: sviluppiamo processi di apprendimento centrati sullo sviluppo umano e professionale delle persone. E la tecnologia è per noi un mezzo per migliorare questo processo.

Quando è arrivato l’ulteriore salto di qualità?
Nel ‘95 il nostro progetto di formazione è stato riconosciuto da Microsoft come il più innovativo in Italia. Sono stato invitato con il mio team e con i miei studenti a Redmond, quartier generale del colosso statunitense, e lì ho avuto un’esperienza impagabile che mi ha dato un grande stimolo: ho visto l’opportunità di concentrare ancora di più l’attenzione sullo studio e l’implementazione di modelli di didattica mediati dalle tecnologie della comunicazione. Ho capito cioè che c’era la possibilità di raggiungere, con i nostri progetti formativi, qualsiasi persona in qualunque parte del mondo, senza essere presenti fisicamente e in modalità asincrona. Grazie a questo viaggio è nata l’idea di costruire una ambiente virtuale di formazione a distanza.

Questo è “il prima”, il percorso che ha portato alla nascita di Edulife. Quando è arrivata la svolta?
Nel 2001, due giorni prima della caduta delle Torri Gemelle. La società Edulife SPA è nata con il supporto del mondo Salesiano, lo spirito che ci guidava era quello. Abbiamo così intrapreso una strada che ci ha permesso di attivare progetti a livello mondiale, dandoci una visione internazionale che prima ci mancava. Dopo un viaggio in India, abbiamo avuto l’opportunità di attivare un progetto di formazione dei docenti delle Università salesiane dell’America Latina. È stata una delle iniziative più complesse: abbiamo creato una comunità virtuale della quale facevano parte oltre duemila docenti universitari, abbiamo sviluppato il profilo di competenza dell’insegnante per noi ideale che, attraverso il proprio compito, mettesse al centro l’educazione dei giovani.
Un obiettivo che caratterizzava tutti i progetti che Edulife stava intanto realizzando anche in Italia. 
Dalla Provincia di Trento alla formazione per Cattolica Assicurazione, Banco Popolare, Banca Popolare di Sondrio abbiamo realizzato una serie di progetti caratterizzati dalla stessa finalità:  promuovere il potenziale umano e professionale delle persone. Una finalità che ci ha permesso di patrimonializzare buone pratiche, migliorandole continuamente. Lo abbiamo chiamato ciclo del valore, che reinterpreta il modello educativo Salesiano basandolo su tre pilastri: accoglienza e orientamento, accompagnamento formativo e promozione umana e professionale. Ed è stato continuando su questa strada che abbiamo avvertito l’esigenza di tornare alle origini, con una realtà no profit, dal profilo però internazionale.

Così nel 2010 nasce Fondazione Edulife. Con quali obiettivi?
Più che obiettivi, due sfide: portare la metodologia scientifica di Edulife nell’ambito dell’education in Cina e  creare una realtà che non fosse scuola né centro di formazione professionale né una Università. Siamo partiti con la prima sfida...

A distanza di sette anni, come giudica questa esperienza in Cina?
Sono stati sette anni durissimi, parliamo di un Paese enorme che conta 300 milioni di ragazzi. Ho costruito questo percorso con il mio socio, Pierpaolo Benedetti che dal 2010 è in Cina e con il supporto di alcune scuole di formazione professionali tra le quali il San Zeno di Verona. Abbiamo attivato attraverso una nostra partecipata due scuole, ne stiamo inaugurando una terza: in queste strutture, grazie a un team di 26 professionisti, facciamo formazione degli insegnanti e portiamo le nostre unità didattiche di apprendimento. Abbiamo ottenuto anche importanti risultati: ad esempio siamo arrivati secondi in tutta la Cina per l’insegnamento della matematica nelle scuole di formazione professionali.

Questa esperienza ha dato a Edulife un valore aggiunto anche per quanto riguarda la formazione delle imprese?

Molti imprenditori faticano nell’ incontrare i mercati internazionali : io penso sia il migliore investimento che possano fare, anche se non portano a casa un euro. È formativo per se stessi e per la propria comunità professionale. Spinti da questa consapevolezza abbiamo creato il consorzio Go To World, che supporta le imprese sui mercati esteri, dove la sfida prima che commerciale è culturale.

A proposito di sfide: la Fondazione Edulife ne aveva un’altra. È stata vinta?
In questi viaggi, dall’Europa alla Cina agli Stati Uniti, ho incrociato luoghi e persone, intercettando esperienze di coworking. A Beijing  ad esempio, visitai più volte il 798 che mi ispirò molto. Iniziai quindi a fare sintesi delle buone pratiche che Edulife aveva nello zaino: l’esperienza nella didattica, quella nelle tecnologie e nella visione internazionale. Erano le basi per la nascita di 311.

Quale visione c’è dietro questo progetto innovativo?
Siamo partiti da una riflessione: gli adulti vivono un disorientamento nei confronti del futuro, con la conseguenza che i giovani non hanno più delle guide ma tendono a chiudersi nella solitudine. L’obiettivo è creare un’alleanza tra giovani e adulti, invertire il paradigma che si sta consumando e che porta a dividere le generazioni. E l’educazione supportata dall’innovazione tecnologica, anche questa volta, è la chiave di volta che facilita questo obiettivo.

Dal punto di vista pratica, come si è concretizzata questa visione?
Abbiamo ristrutturato un contenitore vuoto presente in città, la vecchia officina delle manutenzioni dei treni di Galtarossa, per inserirvi questa visione dell’umanità che porta alla centralità della persona e al suo sviluppo anche professionale e che si affida alla creazione di relazioni intergenerazionali.

È trascorso un anno dall’inaugurazione. Oggi come è strutturato 311?

Al piano terra, nel coworking, molti professionisti lavorano con le interfacce digitali; il primo piano ospita l’ingegneria del software affinché quelle interfacce siano sempre più efficienti e sicure, grazie a Julia, spin off dell’università di Verona poi acquistata da Corvallis, e che entrerà a breve. C’è Sharp per il tema delle tecnologie biometiche, Maxfone per i big data, Mediasoft sui motori predittivi e semantici ed Edulife sul tema dei motori cognitivi: tante eccellenze che fanno di 311 un luogo  che ha dignità in termini di competenze, per questo in grado di essere attrattivo per nuove realtà.

Uno degli obiettivi era la creazione di relazioni intergenerazionali. Si sta realizzando?

La contaminazione tra queste realtà e i giovani coworkers è fortissima. Vogliamo fare di 311 un hub internazionale, dove ci sia co-working ma anche co-living, e una prima sperimentazione a tal proposito partirà a giugno. Verona ha tutte le carte in regola per attirare digital nomads, in grado di potenziare questa contaminazione di culture, competenze, creatività.

Antonello Vedovato
Veronese, Età 53 anni, sposato e con una figlia. In seguito agli studi è da sempre impegnato nel campo della pedagogia del lavoro. Opera da oltre 25 anni seguendo gli insegnamenti di don Bosco fondatore dei Salesiani. Il suo metodo di apprendimento è esperienziale. Per questo predilige l’incontro con tutte le forme di umanità per capire e confrontare esperienze e promuovere nuovi modelli di apprendimento. Non ama ripetere la stessa cosa due volte e per questo ritiene fondamentale avere un team di esperti aperti all’apprendimento e capaci di sviluppare modelli pragmatici e scientifici capaci di patrimonializzare le buone pratiche. In Fondazione Edulife ha la funzione di presidente operativo.

 

 

27/06/2017 • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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