Intervista Paolo Dussin

Ricerca medica, dove l’etica incontra lo sviluppo imprenditoriale.

La tecnologia migliora la salute e il benessere dell’uomo, ma spesso sono le multinazionali a scegliere quali strade percorrere. Per un’azienda veronese invece la crescita economica non ostacola i valori, ma anzi sostiene l’innovazione e favorisce il made in Italy. Ecco come.

Ogni giorno la tecnologia propone grandi passi avanti nella medicina: potrebbe essere davvero una rivoluzione per l’uomo?
“L’innovazione è tutto, specialmente nelle biotecnologie avanzate che ritengo la frontiera più avanzata nel campo della sanità. Il punto di partenza sono stati i medical device, come sono definite in campo mondiale i dispositivi medicali. Abbiamo potuto introdurre in Italia novità mai usate prima, provenienti in gran parte dagli Stati Uniti, e per vent’anni abbiamo affiancato i medici che imparavano a usarli”.

Un percorso affascinante: in quali campi si è sviluppato nel corso del tempo?
“All’inizio, parliamo degli anni Ottanta, c’erano le prime angioplastiche coronariche con il “palloncino”, poi sono arrivati gli stent in rete metallica, seguiti via via da protesi, valvole, ossigenatori... tutti dispositivi che oggi sono normali ma che allora dovevano conquistarsi spazio e fiducia. Lavorando per una multinazionale mi ero reso conto di quanto potenziale avesse questo settore e delle implicazioni etiche per il benessere delle persone: da un lato c’era la competizione commerciale, ma dall’altro contava il rispetto per la salute”.

In effetti c’è un delicato equilibrio tra business, ricerca e interesse pubblico...
“Per questo bisogna muoversi con la bussola dell’etica: io ci penso fin da quando ho scelto di lasciare la carriera di manager commerciale per aprire una società che mi permettesse di essere imprenditore e di perseguire la mia visione. Questa si è rivelata la strada giusta, e oggi siamo un gruppo di più aziende, delle quali fanno parte anche mio fratello Andrea e il nostro socio Michele Mazzi. Uno degli aspetti qualificanti è diffondere le nuove tecnologie grazie al rapporto personale con i medici, le autentiche colonne della sanità”.

Ma in Italia fare ricerca senza un colosso industriale alle spalle è molto complicato...
“Non è detto. Qualche anno fa, nel quadro della riforma delle no profit, abbiamo intravisto l’opportunità per aprire un percorso nuovo, attraverso la creazione di due associazioni a supporto dei medici e della loro capacità di creare innovazioni di grande valore potenziale anche in assenza di sostegni pubblici. Una di queste realtà no profit, la New Biotechnology Research, è riconosciuta ufficialmente dalla Regione Veneto e oggi si occupa di registrare e commercializzare i brevetti di applicazioni per le biotecnologie, i medical device e la green economy. Il ricavato di questa attività – e sono innovazioni che hanno conquistato anche gli americani! – sostiene la ricerca perché i profitti vengono reinvestiti”.

Dal punto di vista scientifico quali possono essere gli sviluppi di questa attività?
“Ci vedo una efficace collaborazione tra i nostri medici, che hanno fantasia e un approccio umanistico alla ricerca, e un’azienda che si occupi di selezionare i brevetti più interessanti, per favorirne lo sviluppo sul mercato. Le idee nuove che nascono nei laboratori guardano alla mini-invasività: si punta a disturbare il meno possibile l’equilibrio del corpo umano”

Il nostro Paese nonostante le mille difficoltà è ancora una miniera di creatività...
“Sono d’accordo, anzi, la nostra attività è un modo per promuovere tecnologia italiana a livello mondiale. E non è vero che siamo anni indietro: spesso questa scusa viene utilizzata perché a molti concorrenti fa comodo che non avanziamo. Per un’altra struttura no profit, la Italian Biotechnology Innovation, che segue da un anno le innovazioni a livello italiano e internazionale, abbiamo chiesto il riconoscimento ufficiale che legittimi l’attività di questa associazione senza scopro di lucro per la ricerca e sviluppo nel settore della salute. Con questo strumento potremo rafforzare le relazioni che abbiamo già avviato con Paesi come Malta o l’Albania, molto attenti ai potenziali sviluppi in campo medico”.

Ma in concreto a quali problemi specifici possono dare risposte queste ricerche?
“Solo per citarne alcuni, la ricrescita delle fibre nervose per il recupero funzionale dell’uso del pollice, la rigenerazione delle cartilagini del ginocchio oppure dei nervi prostatici, o in un campo più “leggero” perfino la ricrescita dei capelli... per non parlare delle tecniche e applicazioni per la cura della colonna vertebrale. Insomma, l’innovazione genera campi di intervento praticamente in tutto il corpo. E tutto questo utilizzando tessuti umani ricavati dalla placenta donata da pazienti selezionate, altrimenti gettata nei rifiuti speciali”.

Ci spiega qual è il punto di contatto tra la medicina innovativa e l’ecologia?
“Basta un solo esempio. Parliamo di legionella, un batterio che prospera nelle tubature e contamina l’acqua. Una legge punisce chi non interviene per evitare il contagio, ma finora la “cura” è stata il cloro, che però è cancerogeno. Un trattamento innovativo e rubinetti automatizzati permettono di “sanificare” la rete idrica con un minimo impatto, ma in Italia il problema non sembra essere ancora abbastanza sentito. Così abbiamo stretto un accordo con il Gambia per mettere in sicurezza l’acqua che serve milioni di persone. Con un ulteriore spin-off energetico: per alimentare gli impianti si può usare il solare”.

Questi sviluppi promettono di generare un business globale impressionante.
“Sicuramente, ma il mio obiettivo non è arricchirmi: anzi, senza chiari riferimenti ai miei valori probabilmente avrei potuto fatturare di più… La realtà è che ognuno può scegliere di fare della sua vita e della professione quello che ritiene giusto, e io guardo al bene degli altri pur senza trascurare la sostenibilità dell’azienda. Noi forniamo dei prodotti salvavita o che comunque migliorano la qualità della vita: questo sta scritto nel Dna aziendale e vuol dire che il benessere e l’utilità sociale possono progredire insieme al lavoro. Forse chi deve fare utili crescenti perché magari è quotato in Borsa e deve rispondere ai finanziatori non ha la nostra libertà di scelta, mentre noi abbiamo deciso di investire in Italia per mandare un segnale di progresso mentre attraversiamo una delle peggiori crisi di sempre”.

L’impronta etica è molto presente nella sua visione di imprenditore e nelle sue scelte?
“Credo che ciascuno debba restituire alla società parte di quello che ha ricevuto: se facessi l’idraulico non mi spiacerebbe riparare i rubinetti alle vecchiette... In tutt’altro ambito, da appassionato di tennis, sostengo gli organizzatori dei giochi nazionali di tennis per i ragazzi “Special”, cioè diversamente abili per problemi psicosomatici, che si terranno a maggio a San Giovanni Lupatoto. Mi piace l’idea di trasmettere un po’ di agonismo pulito, perché la competizione con se stessi migliora la vita e ti riporta a galla. La ricchezza a oltranza di pochi non risolve niente, accumulare non serve: è meglio rimettere in circolo risorse che danno energie nuove alla società. Con più responsabilità e senso civico da parte di tutti noi anche la politica sarebbe costretta a cambiare”.

Dica la verità: il vostro gruppo la crisi globale la vede passare ma non la sente proprio?
“Eh no, la sentiamo eccome. Eravamo arrivati a un fatturato di 14 milioni di euro dopo una lunga crescita, ma oggi siamo tornati su una quota di 12 milioni. Diciamo che la crisi qui è arrivata in ritardo, però è arrivata: La colpa? Paradossalmente è anche della necessità di risparmiare che fa tagliare in modo poco intelligente la spesa pubblica, bloccando le nuove tecnologie, l’innovazione e i farmaci di nuova generazione, che impoveriscono i medici ma non toccano le spese amministrative dove la politica a vari livelli ha le mani libere. Molti, troppi ospedali non sono più eccellenze: per questo serve un nuovo modello di sanità”.

 
 
Stefano Tenedin
 
 
Paolo Dussin (Gruppo Versan) incontra Cassiopea



Paolo Dussin, nato a Verona nel 1964, opera da sempre nell’area vendite del settore dei dispositivi medici specialistici. Iniziò in una multinazionale americana che produceva e vendeva medical device, all’epoca quasi sconosciuti in Italia, come responsabile delle vendite nel Triveneto per prodotti di radiologia e cardiologia, sviluppando in breve tempo il fatturato. Ma invece di dedicarsi alla carriera di manager scelse di diventare imprenditore, distribuendo in proprio i medical device dell’azienda. Oggi guida un gruppo di tre società commerciali che operano in Italia nei settori dei dispositivi medici specialistici, delle biotecnologie avanzate, nanotecnologie e green economy applicata alla sanità. L’attività prevede ampi spazi per la ricerca, per la quale sono state fondate due associazioni senza scopo di lucro, di cui una riconosciuta dalla Regione Veneto.


Il Gruppo Versan nasce nel 1990 con la prima azienda, VER.SAN, che opera nell’area medicale e distribuisce nel Veneto prodotti all’avanguardia per la cardiologia e la radiologia, oltre che per l’ortopedia, la chirurgia, l’oncologia, l’urologia e la chirurgia rigenerativa. In seguito il territorio coperto si estende a tutto il Triveneto e si aprono nuove partnership nelle endoprotesi e nell’endoscopia, oltre che nel trattamento delle acque in area sanitaria per la lotta alla legionella. Dal 2009 distribuisce un rivoluzionario sistema per la chirurgia vertebrale, e nel 2011 diventa essa stessa produttrice, brevettando un sistema mininvasivo per la chirurgia spinale. Da tre anni è partner della Fondazione Banca dei Tessuti di Treviso. La sfida del futuro sarà utilizzare nel comparto medicale tecnologie avanzate che utilizzino metodi e applicazioni sempre più innovative.

 

23/03/2015 • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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