Intervista Fabio Manara

In agricoltura tutto cambia, ma non l’etica e la responsabilità.

Cresciuta in 60 anni fino a una quota del 22% nel mercato delle sementi, è un azienda che non “esporta” prodotti ma assistenza, crede nello sviluppo sostenibile e in un’innovazione responsabile. E invita a puntare sulle produzioni di nicchia e sulla tradizione made in Italy.

Un racconto d’altri tempi, con un’azienda che nasce, cresce e si evolve nei campi.
“Lo sviluppo del Gruppo Manara è una classica storia veneta iniziata più di sessant’anni fa, quando mio padre, il secondo di quattro figli, innamorato dell’agricoltura, aprì una piccola azienda per la vendita di prodotti e mezzi tecnici per il settore, il punto di partenza da cui tutto è nato. Meno di dieci anni dopo, nel 1963, con l’attività delle sementi si poteva già parlare di una filiera. L’importante infatti non era venderle, ma costruire un solido legame con le aziende agricole: io ti fornisco il seme, ti assisto nella produzione, poi lo ritiro e lo diffondo nel settore, stringendo rapporti con le aziende nell’ottica della trasformazione”.


Un percorso che ha seguito una strada molto lineare e con risultati considerevoli.
“Negli anni Ottanta abbiamo creato l’area di business per l’essiccazione e stoccaggio delle sementi, completando così la filiera dei cereali e producendo l’amido che si usa in campo alimentare o per la cosmetica e la farmaceutica. In seguito, sempre partendo dai prodotti agricoli, abbiamo iniziato la produzione di olii biocarburanti per generare energia elettrica e alimentare i nostri impianti, aggiungendo via via anche i pannelli fotovoltaici. Oggi siamo in equilibrio energetico a Ca’ degli Oppi e raggiungiamo il 70% allo stabilimento di Vigasio. Ma nel futuro ci piacerebbe “rifornire” così anche una nostra flotta di auto elettriche”.


Che dimensioni e quali prospettive ha oggi il Gruppo Manara?
“Con l’acquisto di Produttori Sementi Verona siamo arrivati a coprire una quota del 22% del comparto italiano nel delle sementi di cereali a paglia. Siamo strutturati su quattro divisioni, ciascuna con bilanci propri e stretti rapporti con il territorio. Abbiamo 13 punti vendita nel Veneto, sei impianti di essiccazione e una novantina di addetti con l’indotto. Fatturiamo 65 milioni di euro in crescita costante e per il 2015 l’obiettivo è arrivare a 75. C’è anche una piccola quota di estero, il 5%, ma puntiamo a raggiungere il 10% in cinque anni”.


Sull’internazionalizzazione avete una posizione molto particolare. Ce la illustra?
“Non esportiamo prodotti ma idee, personale tecnico e assistenza. Molti investitori italiani guardano all’estero in campo agricolo, soprattutto ai Paesi dell’Est, e noi offriamo il nostro supporto perché la produzione locale possa evolversi e migliorare. Per esempio in Paesi come la Romania costi più bassi e grandi aree di terreno coltivabili permettono economie di scala migliori delle nostre, ma i metodi e gli strumenti moderni non sono ancora diffusi. Con un aiuto la crescita è veloce e misurabile: in tre anni siamo passati da 18 a 62 quintali di grano per ettaro. L’Europa può crescere rapidamente perché possiamo contare su secoli di abitudine al lavoro dei campi: forse sarebbe possibile farlo anche in Africa, ma è una frontiera molto impegnativa. Senza una storia alle spalle il contesto resta difficile”.


Quali sono i valori portanti del gruppo? L’agricoltura ha radici e un’etica molto stabili.
“Chi lavora a contatto con la terra ha una mentalità basata sulla concretezza, sui valori più solidi e antichi. In agricoltura si dice che i rapporti umani valgano più delle leggi: possono costruire relazioni con una stretta di mano, con l’onestà. Noi partiamo da qui, e se diciamo che siamo un’impresa familiare è perché questo sintetizza i nostri valori; la responsabilità, l’affidabilità, il senso di appartenenza. Tant’è che clienti e fornitori sono i nostri partner, e non abbiamo venditori ma rappresentanti. Operiamo insieme con un obiettivo comune, il successo economico che porta a crescere insieme con gli stessi riferimenti morali”.


Quanto sono importanti la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie in campo agricolo?
“Le discussioni sull’utilizzo della tecnologia per la crescita del settore vanno avanti almeno dagli anni Settanta, quando si parlava già del miglioramento genetico tradizionale opposto alla chimica. E siccome fermare la ricerca non è mai una soluzione, per nutrire il pianeta dobbiamo scegliere quale delle due strade imboccare. Secondo me è stato fatto un uso importante della chimica, che a volte ha creato anche problemi ambientali. È meglio non puntare tutto sulla chimica ma anche su una adeguata evoluzione della genetica. A queste domande tutto il mondo la sua risposta l’ha già data, l’Europa invece no, soprattutto per ragioni protezionistiche, col risultato di terrorizzare l’opinione pubblica senza spiegare come stanno davvero le cose. La ricerca in genetica prosegue, e pur mantenendo dei punti fermi qualche avanzamento bisognerà pur accettarlo”.


Intanto come gruppo avete fatto una netta scelta per la sostenibilità e l‘ambiente.
“Per chi opera nel settore agricolo la sostenibilità non è un’opzione, ma una tradizione che è naturale seguire. Dal fotovoltaico all’utilizzo dei biocarburanti, passando per la riduzione dei costi, l’aumento dell’efficienza, una migliore gestione organizzativa, la trasformazione dei muletti da gasolio a elettrico, l’eliminazione degli sprechi, la trattazione degli ordini on line... è tutto pensato in una logica competitiva e di rispetto per l’ambiente. Assistere gli agricoltori vuol dire proprio questo: offrire la soluzione giusta e tempestiva, un intervento che non migliora le coltivazioni, contiene i costi e aumenta la qualità”.


La crisi globale vi ha toccato oppure l’agricoltura è più stabile e va in controtendenza?
“Abbiamo due business diversi: uno fatto di grandi coltivazioni, col prezzo stabilito a livello mondiale e non influenzato da fattori locali; l’altro di ortofrutta prodotta e consumata in Europa, per il 70% in mano alla grande distribuzione che ne trae il grosso dei ricavi. Noi lavoriamo con entrambi i settori e possiamo vedere quanto siano coinvolti dalla crisi finanziaria globale. Sì, perché anche i contadini hanno bisogno di finanziamenti, ma oggi i loro terreni e fabbricati non sono più considerati la base per le garanzie: conta la capacità reddituale, e quindi ricevono pochi sostegni. In definitiva se lo sviluppo prosegue è perché i consumi alimentari aumentano comunque”.


Ma l’Unione Europea non potrebbe intervenire per regolare questi squilibri?
“L’Europa, intervenendo a livello contributivo per incentivare o ridurre alcune produzioni, modifica le normali regole di mercato e con il senno di poi in alcuni casi ha creato un problema, come è successo per lo zucchero e il latte. Ci vorrebbe una politica agricola corretta e più autosufficienza alimentare: crediamo di poter comprare tutto, ma dobbiamo fare i conti con chi produce. Anche il mercato se non paga la produzione per quel che vale non è equo. Ma le cose dovranno cambiare, perché oggi i giovani che tornano ai campi perché non trovano lavoro hanno studiato, sono aggiornati, creano nicchie di eccellenza e vendono online scavalcando la strozzatura della Gdo”.


In questo scenario il biologico è solo una moda o un’opportunità da cogliere?
“È uno sviluppo possibile, una filiera che ha trovato il suo spazio in un mercato di tendenza che spende per l’alta qualità. Si aprono prospettive inattese, come le proteine vegetali per i vegani - ma non solo - o l’olio di girasole alto-oleico da usare al posto dell’olio di palma. L’agricoltore non è più un conservatore, perché la ricerca e l’innovazione lo spingono a muoversi, a crescere in spazi trascurati dalle multinazionali. I piccoli devono investire nell’alimentare piacevole, sano e di eccellenza. Per l’Italia l’Expo sarà una grande vetrina: pensiamo che mentre i francesi fanno una baguette, noi abbiamo mille tipi di pane. È in cucina, col gusto e la cultura, che difendiamo secoli di tradizioni”.

 
 
 
Stefano Tenedini
 

Fabio Manara (Gruppo Manara) incontra Cassiopea



Fabio Manara, nato ad Oppeano nel 1963, vive a Ca’ degli Oppi, nel Veronese, vicino all’azienda di famiglia, con la moglie Roberta e i tre figli, Sofia, Francesco e Pietro. Dopo il diploma di Perito agrario all’istituto Stefani-Bentegodi di Verona ha proseguito i suoi studi con la laurea in agraria all’Università di Padova. Dal 2012 è vicepresidente del Gruppo Manara Spa, l’azienda familiare nella quale lavora fin da giovanissimo e che oggi gestisce insieme al fratello Luciano. Nello stesso anno è stato eletto presidente di Compag, l’associazione nazionale che riunisce tutti i commercianti di prodotti per l’agricoltura e nel 2013, dopo l’acquisizione del marchio trevigiano Olivi agricoltura, è divenuto presidente di questa società oggi integrata all’interno del Gruppo Manara. Dal 2014 fa parte del consiglio di amministrazione di Crediveneto.


Il Gruppo Manara è stato fondato nel 1954 da Luigi e Luigina Manara per la commercializzazione di prodotti e mezzi tecnici per l’agricoltura. Nel 1963, dalla collaborazione con l’agronomo Lionello Dusi, fanno nascere il primo marchio, la Sementi Elette Verona (SEV), che vende in tutta Italia sementi per cereali a paglia locali, e in seguito il settore dell’essiccazione e stoccaggio, che completa la filiera cerealicola. Negli anni Novanta la direzione passa ai figli che con l’acquisizione dello storico marchio Produttori Sementi Verona (PSV) portano l’azienda ai vertici tra i produttori di sementi, aprendo anche lo stabilimento di Vigasio e avviando l’export. Nel 2009 nasce un’area dedicata alle energie rinnovabili, con la produzione di olii biocarburanti ed energia fotovoltaica, e nel 2013 la fusione con il marchio trevigiano Olivi agricoltura amplia l’attività a tutto il Veneto e aggiunge ai settori di business la viticoltura e la vendita al dettaglio di hobbistica e garden.

 

19/02/2015 • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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