Intervista Donald Hart

Cambiare il volto delle città storiche italiane perché il rinnovamento non diventi un tradimento delle nostre radici culturali: una sfida per gli urbanisti ma anche per la politica e le imprese.

La parola a un progettista a lungo al fianco di Renzo Piano, svolgendo incarichi in tutto il mondo.

Una galleria di buoni interventi ma anche di orrori da evitare. Aree storiche e zone industriali? Da riqualificare senza perdere l’anima del luogo. Tecnologia e innovazione? Importanti ma non devono condizionare chi nelle case e nelle strade si deve sentire a proprio agio.

Le città italiane sono quasi sempre di origine molto antica. Come possono adattarsi allo sviluppo senza perdere la loro natura, la loro “anima”.
“Si dice che la storia è una lezione che i popoli non imparano mai abbastanza, e che la fantascienza è la migliore finestra sul futuro di cui disponiamo. Quindi il panorama a lungo termine non è roseo. La città del futuro sarà conseguenza diretta di come sapremo gestire gli aspetti socio-politici ed economici attuali e che verranno, e di questi rifletterà l’evoluzione. È un processo lento, mattone dopo mattone, ma nello stesso tempo è inesorabile. E mi spaventano i ritmi di evoluzione, perché se un tempo luoghi diversi si sviluppavano in modi diversi, la globalizzazione e l’illimitata possibilità di comunicare rendono facile importare modelli di altre culture, farli propri e applicarli”.

E questo che cosa comporta, una serie di città in fotocopia?
“Finisce che spesso ciò che ha dato ottimi frutti in un luogo difficilmente potrà replicarli all’altro capo del globo. Sfuggendo le facili ricette che parlano di sostenibilità, riconversione delle periferie, recupero dei centri storici e delle aree industriali dismesse, che comunque sono temi veri con cui dobbiamo fare i conti, mi piacerebbe un’evoluzione “lenta”, capace di adeguarsi alle diverse realtà e necessità dell’uomo. Non difendo l’immobilismo, credo nella teoria del fare, purché ciò avvenga in piena coscienza e consapevolezza che ogni mattone posato o demolito peserà infinitamente più sulle spalle dell’uomo e sul suo futuro che non sulla superfice della nostra madre terra”.

Come si trova un equilibrio col bisogno di riqualificare i centri storici e le ex zone industriali che quasi sempre li circondano?
“Sono processi inevitabili e grandi opportunità che però si presentano una volta sola. Aree libere o liberabili in prossimità dei centri sono tesori che vanno spesi con attenzione certosina. Impossibile adottare modelli preconfezionati, come troppo spesso accade. Serve molta cautela, considerando che non fare nulla è meglio che fare male, perché le città accettano più le aree vuote che quelle urbanisticamente “sbagliate”. Ma nello stesso tempo ci vuole più coraggio, perché riqualificare i centri storici e le aree dismesse non implica per forza il recupero dei manufatti esistenti”.

Ma siamo stati educati a rispettare il passato, anche grazie all’archeologia industriale…
“Troppo spesso in nome del romanticismo si storicizzano le pietre, conservando manufatti che per caratteristiche e dimensioni finiscono per condizionare con la loro presenza l’utilizzo e l’urbanità di un luogo. Non ci sono ricette miracolose, ma le trasformazioni cui andremo incontro nel futuro saranno caratterizzate da avvenimenti e tempi sempre più compressi e cambiamenti rapidi. Le città avranno bisogno più di certezze che di cambiamenti”. Nell’idea di riqualificazione delle nostre città credo che flessibilità e trasformazione dovranno avere un ruolo fondamentale”.

Come agire su questa evoluzione per evitare che il rinnovamento diventi un “tradimento”?
“Io credo che alla base del rinnovamento ci sia la volontà di dare qualcosa, mentre nel tradimento c’è soprattutto la volontà di prendere. Penso che a tutti i livelli l’abitudine a prendere e tenere per se stessi sia il peggior male che la società di trovi a combattere, sia che questo si manifesti sotto la forma del profitto personale che delle convenienze politiche. Nel campo dell’urbanistica possiamo parlare di un eccesso di ego ma anche di una certa ...ottusità progettuale. Purtroppo il quadro normativo e legale oggi non è di alcun supporto a un’evoluzione accettabile del tessuto urbano. Da un lato non aiuta abbastanza, e dall’altro non condanna a sufficienza chi non rispetta le regole”.

A suo parere in Italia c’è qualche buon esempio di intervento innovativo e rispettoso?
“Non conosco abbastanza bene Verona da giudicare quanto è stato fatto e quanto resterebbe da fare, quindi preferisco dedicarmi a Genova. Ci sono molti esempi di recuperi di pregio nell’ambito della città antica, ma quello che mi è piaciuto di più ha interessato il Porto Antico, perché oltre a essere stato un intervento corretto, secondo me è il più straordinario esempio di “trasformazione” della città. Un riferimento cui dovrebbero rifarsi gli interventi di recupero delle aree dismesse”.

E invece qualche simbolo di come non si dovrebbe intervenire su una città storica?
“Prendo ancora come spunto Genova, non in centro ma in un’area periferica, quella del WTC in via di Francia. Alcune zone suburbane possono essere considerate “storiche” non perché hanno secoli da raccontare ma perché mostrano l’evoluzione della città, o il suo declino. In questa realizzazione c’è l’esempio del fallimento della progettazione architettonica: un pezzo di città che non funziona, frutto della mancanza di visione, una zona di cui le persone non si approprieranno mai, sostituito da mere esigenze funzionali. Il risultato è un insieme di edifici in cui manca quella connotazione di “luogo” che caratterizza gli spazi dove l’uomo si sente a proprio agio”.

Imparare dagli errori fa parte del processo di apprendimento: quindi cosa ci dice questo posto?
“In effetti gli studenti capirebbero di più del mondo se i docenti li portassero a verificare sul campo i risultati ottenuti sbagliando... Troppo spesso si innescano sterili processi di “riproduzione” invece di creare soluzioni calzanti. Altro esempio sono gli edifici realizzati in Porto Antico a cerniera con la Darsena: non è una questione formale, ma l’organizzazione degli spazi e delle attività, soprattutto al piano terra, è la negazione di una possibile integrazione dell’area con il centro storico e con gli interventi confinanti. Il risultato? Duecento metri letteralmente di terra di nessuno, una cesura nel tessuto urbano che forse solo un intervento estremamente radicale ormai potrebbe sistemare”.

Volendo definire una teoria, che genere di approccio è necessario per una città complessa?
“Nel mestiere dell’architetto e dell’urbanista il difficile non è come fare, ma capire “che cosa” fare. Purtroppo sono sempre troppi i professionisti che credono di sapere cosa fare. La città ha tempi lenti e dev’essere lento anche il processo di apprendimento: per capire una città occorrono tempo, curiosità, metodo e umiltà, perché il tessuto urbano si impara a conoscerlo attraverso le persone che la abitano, che la vivono e le danno vita. Ma non è un processo semplice da interiorizzare: per quanto mi riguarda l’obiettivo al quale tendo è riuscire a far coincidere il progetto con la necessità di appropriazione delle persone. Forse anzi è il traguardo cui ogni progetto dovrebbe guardare”.

Lavorando all’estero ha visto soluzioni che vorrebbe importare in Italia?
“Ho visto modalità diverse di approccio ai progetti, alcune buone mentre altre davvero disastrose. In Cina ad esempio ho preso coscienza di quanto l’approccio per modelli di cui ho parlato sia dannoso, portando trasformazioni sociali profonde e tutt’altro che positive. Avvengono troppi interventi demolitivi seguiti da ricostruzioni di edifici in fotocopia... un’esperienza distruttiva dalla quale solo la periferia, uno scampolo di vera Cina residuale con i suoi spazi di vita, potrà salvare le città future. Negli Stati Uniti per fortuna c’è una maggiore sensibilità e la progettazione segue un percorso più ampio, un approccio più partecipato: ci parla e si discute molto prima di partire, c’è la comprensione di quanta ricchezza ci sia nelle aree e negli edifici. E ci sono controllori specializzati, che non si fermano solo alle verifiche formali, burocratiche ed economiche ma sanno andare alla radice dei valori urbanistici. Direi che c’è un “tavolo” di lavoro molto più attento”.

Quanto possono influire la tecnologia e le innovazioni nella progettazione e nei materiali?
“Stanno all’architettura come il sale alla cucina. Sono indispensabili, ma solo i migliori sanno farne il giusto uso. Troppo spesso nelle varie trasformazioni che hanno caratterizzato l’evoluzione degli ultimi duecento anni di storia dell’architettura le innovazioni hanno costituito dei caposaldi formali e di maniera, generando mode e modelli ma non sempre miglioramenti reali. L’architetto è un tecnico, e la tecnologia e i nuovi materiali devono essere ingredienti di cui deve avere una assoluta conoscenza e padronanza... però non sono il suo scopo. Sono i mezzi attraverso i quali in un gioco sapiente è possibile costruire una risposta al dilemma del cosa fare”.

Un altro aspetto dell’innovazione applicata all’architettura è la compatibilità dei materiali con l’ambiente: si parla di progettazione e costruzione sostenibile.
“Oggi sembra che non si possa affrontare l’architettura senza introdurre il tema della sostenibilità. Anzi, è diventato quasi un “dovere” costruire il progetto attorno a questo argomento. Purtroppo troppo spesso ci si dimentica che non si sta progettando solo per ridurre la bolletta della luce, ma per migliorare il benessere complessivo delle persone. Le quali, ovvio, se pagano meno di bolletta sono più felici. Ricordiamoci però che la maggior parte degli edifici costruiti cinque secoli fa sono più sostenibili di quelli attuali, nonostante tutte e innovazioni. Il nostro compito di professionisti è aiutare il committente a fare le scelte giuste, ma le tecnologie riguardano appunto solo l’aspetto tecnico, non devono riempire un vuoto di contenuti. Altrimenti il rapporto tra sostanza e forma lascia spazio solo al formalismo, una moda passeggera che spero presto cada nel dimenticatoio”.


Stefano Tenedini

13/11/2014 • © RIPRODUZIONE RISERVATA


Donald Hart , architetto, è nato nel 1954 a Neasseaur, in Marocco. Sino al 1970 ha abitato tra l’Italia e gli Stati Uniti, quindi si è trasferito stabilmente a Genova, dove nel 1981 si è laureato alla Facoltà di Architettura con il prof. Enrico D. Bona. L’anno successivo ha iniziato la propria attività professionale sia come docente nell’ambito universitario (insegnando soprattutto a Genova e a Siena) che come progettista, nel prestigioso studio “Renzo Piano Building Workshop”, rivestendo il ruolo sia di associato che di partner fianco a fianco con uno degli architetti più famosi del mondo. Con lo studio RPBW ha lavorato per molti anni (fino al 2013) non solo in Italia ma anche all’estero, negli Stati Uniti, a Malta, in Germania, Francia, Norvegia e in Cina. Dal 2014 svolge la libera professione. Nel giugno di quest’anno ha portato una sua testimonianza all’assemblea dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili ANCE Verona proprio sul tema “Ricostruiamo insieme il futuro”.

Se desideri ricevere qualsiasi informazione sui nostri servizi

CONTATTACI

Cassiopea Srl

Agenzia di informazioni Cassiopea
Registrazione presso il tribunale di Verona
Direttore responsabile: Stefano Tenedini
Editore: Cassiopea Srl

...

Sede legale: Sede legale: Via Zancle, 6 - 37138 Verona
Sede opeativa: Via Francia, 3 - 37135 Verona
Amministratore e legale rappresentante
Tiziana Recchia
Testata reg. al Trib. di Verona N.1824 del 27/02/2009

Privacy Policy

©CASSIOPEA 2014 • P.IVA 03228140236

Area Press o Registrati