Ascoltare il cuore: un’espressione molto più che metaforica.

I meccanismi della mente che è utile conoscere per sfruttarli a nostro vantaggio.

Avete mai sognato di leggere la mente per scoprire come piacere a qualcuno o come attrarre la sua attenzione?

Se sì, vi interesserà sapere che conoscere il funzionamento del nostro cervello può aiutare a impressionare le persone con cui ci interfacciamo e a essere meno noiosi e scontati durante colloqui di lavoro o eventi di networking: questo è quanto sostiene Vanessa Van Edwards nel suo libro Captivate: The Science of Succeeding with People.

«Ci sono delle regole nascoste del comportamento umano», scrive l’autrice, «per quanto le persone appaiano diverse dall’esterno, hanno sostanzialmente meccanismi interiori molto simili, addirittura prevedibili in alcuni casi».

Prendiamo ad esempio il gesto della stretta di mano, che non andrebbe mai saltato o sostituito con un batti cinque: il contatto fa sì che il cervello rilasci una scarica di ossitocina, un potente ormone che diffonde un senso di connessione con l’altro.
Vi siete mai chiesti perché se le mani di qualcuno con cui state parlando sono nascoste, provate un senso di diffidenza? L’origine di questa sensazione inconscia deriva, secondo l’autrice, dall’epoca delle caverne, quando l’uomo per capire se aveva di fronte un amico o un nemico aveva bisogno di vedere se era armato e che tipo di arma avesse in mano.

Gran parte dell’impressione che diamo alle persone che incontriamo la prima volta è dovuta al modo con cui gesticoliamo o ci muoviamo. Secondo gli studi di Vanessa Van Edwards, amplificare quello che stiamo dicendo con dei gesti che accompagnano i concetti, senza esagerare, aiuta a creare empatia con l’interlocutore e a imprimere nella sua mente più facilmente i contenuti che vogliamo trasmettere.

Anche il tipo di conversazione che instauriamo ha naturalmente una certa rilevanza nel lasciare una buona impressione di noi. La dopamina, secondo la ricercatrice, viene rilasciata in maggiore quantità quando ci vengono poste delle domande inaspettate. Di conseguenza, il consiglio è di evitare domande scontate del tipo “come stai?” o “cosa fai nella vita?, che finiscono in un batter d’occhio nel dimenticatoio proprio perché non stimolano nessuna reazione a livello neuronale.

Una parte del libro è dedicata a come applicare queste regole durante un colloquio o un esame all’università. Come ci si può aspettare, la regola è di non ripassare mai mentalmente un discorso da snocciolare poi di fronte all’esaminatore; questo perché non solo si finisce per ripetere delle formule o espressioni “noiose” e prive di interesse (che non stimolano quindi il rilascio dell’ormone dopamina), ma anche perché la ricerca mostra come una risposta spontanea e un punto di vista originale hanno molto più impatto di qualsiasi frase perfetta ma imparata a memoria, e che suona per forza di cose costruita.

Tutto ciò può rivelarsi uno spunto interessante anche per chi sta dall’altra parte, i recruiter: basta con le solite domande “come ti vedi fra 3 anni?” o “sei una persona proattiva?”. È molto meglio fare quesiti che facciano spegnere al candidato l’impostazione pilota automatico e che lo spingano a rivelare realmente aspetti della propria personalità.


Fonte: Captivate science of succeding with people.

Monica Bertini

09/08/2017 • © RIPRODUZIONE RISERVATA
Etichettato sotto life coaching lavoro

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