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Le interviste

Quando una start-up non decolla, mettiamo il paracadute agli investitori.

Con i soldi rimasti si potrà anche ripartire, ma bisogna salvare il “contratto sociale” con chi si è fidato.

 

Non capita spesso di pensarci, ma che cosa succede quando una start-up non parte? Il fondatore, ad esempio, dovrebbe restituire i soldi agli investitori? Lo spiega l’esperta di finanza Bonnie Foley-Wong, alla quale è successo di venire richiamata per un secondo tentativo da un imprenditore che la prima volta non era riuscito a trovare un mercato. La sua reputazione era in parte già compromessa, a metà fra chi lo ricordava per il flop e chi guardava al futuro e a un nuovo inizio. La Foley-Wong si chiedeva se ridargli fiducia potesse essere o no giusto e opportuno per gli investitori.

Gli chiese cosa aveva fatto dei soldi ricevuti per iniziare, e scoprì che erano ancora immobilizzati nella società fallita. Male, molto male. In queste circostanze ci sono alternative migliori, come ridefinire una nuova strategia, vendere l’idea originale, assegnare ai finanziatori azioni della nuova iniziativa, anche se questo richiede qualche risposta onesta e dettagliata alla domanda “che cosa diavolo è successo ai miei soldi?”, per far sì che non capiti di nuovo. Di sicuro bisognerà generare una motivazione nuova e forte, per valorizzare il rapporto con gli investitori scottati e continuare a costruirlo.

Ci vuole anche un po’ di psicologia: occorre consolare i finanziatori per quello che è un vero e proprio lutto. Dicendo loro ad esempio “mi dispiace che il primo tentativo non abbia funzionato, e per questo ora vorrei fare di tutto per farle recuperare una parte del suo investimento originario”. E anche dire “ho imparato tantissimo da quel primo sfortunato tentativo, e ciò che ho appreso renderà la nuova idea un successo”. Per concludere aggiungendo: “Sappia che valuto e apprezzo il rischio che ha corso con me: senza la sua fiducia oggi non saprei come affrontare al meglio la nuova sfida”.

In questo episodio, il fondatore non aveva chiuso il cerchio: era rimasto del denaro, ma non era suo e non doveva tenerselo. E invece era come se scrollasse le spalle, senza preoccuparsi di aver lasciato gli investitori all’oscuro. Magari a loro non importava, ma doveva interessare a lui! Nei periodi peggiori non si lasciano da soli gli investitori, anzi: è il momento di star loro ancor più vicini. E perciò Bonnie Foley-Wong decise di chiudere la porta: era uno da “prendi i soldi e scappa”.

Non importa se, in base alla legislazione del Paese, ci sia o no l’obbligo giuridico di restituire il denaro residuo quando una start-up non decolla: gli investitori sanno che è una scommessa ad alto rischio e potrebbero non rivedere i loro fondi. Ma c’è anche il contratto sociale, che si basa sulla fiducia e sulla buona volontà, e può variare da una persona all’altra. Ecco perché è molto importante concentrarsi sulla relazione: ci sono rapporti personali più potenti di quelli controfirmati dagli avvocati.

Alla fine della partita, quando si tirano le somme di un progetto, sono i comportamenti a descrivere il vero significato di un contratto. Uno può limitarsi a dire: “Apprezzo i suoi investimenti e la fiducia verso la mia idea d’impresa: terrò in grande considerazione il rischio”. Oppure oltre alle chiacchiere ci può mettere la faccia e far parlare i fatti.

Prima di avviare una start-up - che può sempre fallire in partenza - pensate se e quanto valutate un rapporto con gli investitori. Meglio chiedere ai finanziatori che cosa preferirebbero che voi faceste in quella sfortunata circostanza. L’obiettivo è una scelta equa e ragionevole, che lasci il fondatore e gli investitori in buoni rapporti, nella migliore posizione possibile per eventuali future collaborazioni.
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Per saperne di più. Bonnie Foley-Wong è Ceo di Pique Ventures, con anni di esperienza di investimenti. Oggi lavora per migliorare relazioni e accesso alle finanze sociali e al capitale di lancio per le imprese.

Stefano Tenedini

14/06/2017 • © RIPRODUZIONE RISERVATA
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