Le donne e il rosa.

Breve storia di come nasce lo stereotipo più diffuso legato alla femminilità: il colore rosa.

Quello dei colori attribuiti a bambini e bambine è uno degli stereotipi più scontati legati alla differenza di genere, forse ancor più radicato delle distinzioni sulle cose che le femmine possono fare e quelle che è vergognoso che i maschi facciano. Infatti, mentre queste ultime stanno lentamente svanendo (è normale ormai che una donna giochi a calcio o che un uomo danzi o pianga), un uomo vestito di fucsia o con un accessorio rosa desta ancora qualche perplessità, o lo si tende banalmente ad associare alla sfera omosessuale.

Una cosa che potrebbe stupirvi è che l’associazione tra il rosa e la donna avviene solo in tempi relativamente recenti e per una scelta arbitraria. Per secoli, infatti, il colore rosa rimase neutro: nel 18°secolo era perfettamente normale per un uomo indossare un abito di seta rosa con ricami floreali. I bambini e le bambine fino ai 6 anni, inoltre, erano vestiti e vestite con abiti lunghi di colore bianco senza sostanziali differenze tra maschi e femmine. Più che basata sul sesso, la distinzione degli indumenti avveniva per età, e serviva semplicemente a differenziare i più piccoli dai più grandi.

Nel 1918, una rivista specializzata in vestiti per bambini (Earnshaw’s Infants’ Department), specificava anzi che la regola era il rosa per i bambini (perché più vicino al rosso, colore forte e virile legato agli eroi e ai combattimenti), il blu per le bambine, perché associato al colore del velo con cui veniva rappresentata la Vergine Maria.

Tra gli anni Trenta e Quaranta le cose iniziarono però a cambiare: gli uomini si cominciarono a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari, e le donne con tinte chiare e delicate, più legate alla sfera domestica.

Le teorie sulla sessualità di Freud ebbero un certo impatto sulla distinzione di genere, e in questi anni iniziò a differenziarsi anche l’abbigliamento dei bambini. È negli anni Cinquanta che avviene, quasi inspiegabilmente e in modo arbitrario, una precisa assegnazione dei colori: il rosa finì per essere identificato con le donne e divenne onnipresente non solo nell’abbigliamento ma anche nei beni di consumo, negli elettrodomestici e nelle automobili. Le strategie di marketing ebbero la meglio: la bambola Barbie fu introdotta nel mercato proprio in quegli anni e consolidò la “femminizzazione” del rosa.

Il rosa associato alla femminilità fu fortemente criticato durante gli anni Sessanta e Settanta, con la diffusione del movimento femminista e la messa in discussione dei ruoli tradizionali di genere.

Tuttavia, da questo punto di vista il movimento femminista ebbe la peggio, e negli anni Ottanta la distinzione rosa/blu divenne un vero e proprio “marchio” che segnalava il genere d’appartenenza del bambino o della bambina. In quegli anni scomparvero i vestiti unisex e si imposero definitivamente una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine.

Tutto questo dovrebbe farci riflettere su quanto potere possono avere sulla nostra mente degli stereotipi nati per lo più, come in questo caso, da una scelta arbitraria. Il rosa è sì solo un colore, ma rappresenta tutta una serie di tradizioni e ruoli a cui la donna è stata per anni associata e relegata: il dover per forza apparire in una certa maniera, gli obblighi della moda, la tradizione del matrimonio a tutti i costi, il diventare madri, il cognome e il fiocco rosa alla nascita.

Questo breve excursus storico è quindi un invito a liberarsi dagli stereotipi che intrappolano la donna (anche attraverso l’uso di un colore) ad un ruolo sociale o, più banalmente, ad una vita incanalata in molteplici luoghi comuni, che per qualcuna possono diventare soffocanti.


Fonte: Breve storia del colore rosa

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Tiziana Recchia

29/08/2017 • © RIPRODUZIONE RISERVATA
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