Sei socievole ma ogni tanto solitario? Che fortunato, sei un “ambiverso”

Estroverso e introverso al tempo stesso: scopriamo un carattere che si fa strada nella vita e nel lavoro. 

“Un uomo di carattere non può che avere un brutto carattere. Ma il carattere dei migliori è pessimo”. Lo diceva Winston Churchill, al quale il temperamento non mancava: non a caso, non c’è giorno senza che gli inglesi lo rimpiangano, oltre al fatto che non si sarebbe mai infilato in un mattatoio come la Brexit. E lo stesso concetto lo hanno espresso in molti, tra i politici e gli intellettuali: solo per restare in Italia possiamo citare Ennio Flaiano e Sandro Pertini, o il manager Sergio Marchionne, un altro che quando a scuola spiegavano la diplomazia sicuramente era assente. Eppure i risultati gli danno ragione.

Ecco, appunto. Quanto aiuta un brutto carattere nel business? Secondo uno studio dell’università di Harvard sembra che porti bene: le persone intrattabili appaiono intelligenti, sveglie e con un cervello più pronto. Ma che cos’è davvero un brutto carattere? Per “qualificarsi” bisogna avere almeno due di queste tre…doti: nutrire una sincera intolleranza verso tutti o quasi (e a volte anche verso se stessi), oltre alla tendenza a tenere per sé questo fastidio; avere l’ira funesta (e facile), seppur giustificata dal fatto che chi ci circonda è un perfetto idiota; e infine cattivo umore perenne e difficoltà di sorridere. Ciliegina sulla torta, una frase che è quasi un mantra: “Oggi lasciami perdere”. Sì, anche oggi.

E comunque anche nelle questioni di carattere e di disposizione d’animo, la ricerca sociale continua a spostare in avanti le frontiere del comportamento. Tanto da aver individuato ad esempio una terza via tra l’essere introversi ed estroversi, fino a sfatare la credenza che vuole i primi più in difficoltà nelle relazioni sociali e nel lavoro e i secondi destinati a diventare popolari, vittoriosi, realizzati. Se ne sta occupando Karl Moore, docente alla McGill e a Oxford, che da anni lavora sulla “quiet leadership” che permette di essere un po’ chiusi in se stessi ma di avere comunque successo.

Giocando con le parole, Moore ha coniato il termine “ambiversi”, che sta giusto a metà tra introversi ed estroversi. Sono, spiega, le persone che stanno in mezzo al mainstream e non si sentono collocate chiaramente nell’una o nell’altra classificazione. A volte possono essere chiusi, riflessivi, mentre in altre circostanze letteralmente “esplodere” di passioni e sorrisi, cantare tutta la notte e abbracciare qualche sconosciuto. Sembrano ricevere energia sia dal riposo ozioso che da un party scatenato.

Detta così, essere nei panni di un “ambiverso” sembra molto vantaggioso: e chi non vorrebbe sentirsi a proprio agio sia da solo che nella folla? La verità come sempre sta nel mezzo: ci sono dei vantaggi che bisogna saper riconoscere e valorizzare, ma anche degli aspetti negativi da cui guardarsi. Una per tutte, gli “ambiversi” sono ottimi venditori, perché sono già flessibili di natura, sanno parlare e anche ascoltare, sanno farsi avanti o aspettare, e sfruttano i plus dei due caratteri al momento giusto.

Una delle trappole nelle quali può cadere un “ambiverso” è il burn-out, cioè il sovraffaticamento - sia fisico che psichico, perché vivendo a due velocità si consuma di più. Per questo la chiave per una vita sana è l’equilibrio, e questo vale per entrambi. Ad esempio la socializzazione superficiale rende meno lucidi, impedisce di valutare quale sia l’effettivo coinvolgimento emotivo con le persone e finisce con lo stressare le relazioni che dovrebbero contare di più. Sul fronte opposto chi trascorre troppo tempo da solo inizia a sentirsi isolato, demotivato, depresso. Tutti fattori che hanno gravi ripercussioni sulla vita sia personale che professionale.

Disinnescare questo rischio non è difficile: basta ricordarsi di continuare a nutrire entrambi i lati del proprio carattere senza farne prevalere uno solo. Molti studenti hanno confessato che provano un senso di ricchezza e di condivisione anche dopo una semplice conversazione di dieci minuti con un amico, ma anche quanto sia altrettanto soddisfacente tornare a casa dopo una festa e trovare pace, silenzio e solitudine, senza alcun senso di colpa, nel chiudere il mondo fuori dalla porta.

Tra l’altro le due personalità non sono mai proprio alla pari: i punti di forza di estroversi e introversi sono chiari e definiti, ma non sullo stesso piano. Per gli “ambiversi” con tendenza più spiccata verso la chiusura non è affatto semplice parlare in pubblico: devono fare più fatica di chi è estroverso. Così come questi ultimi non sono portati a riflettere sempre prima di agire, e devono ricordarsi quando rallentare. Ma anche questo in definitiva è un vantaggio degli “ambiversi”, perché ogni loro decisione o comportamento sono decisamente più deliberati che per la media delle persone.

Tornando all’area professionale, tutte queste osservazioni hanno portato Karl Moore a definire alcuni suggerimenti utili per rendere gli “ambiversi” ancora più efficaci nel lavoro, massimizzando i punti di forza e tenendo sorvegliate le inevitabili, umane debolezze.

Controllate l’ambiente. L’atteggiamento più semplice per assicurarsi di essere produttivi è costruire intorno a sé un ambiente appropriato. Se abbiamo bisogno di una pausa dalla folla che ci pressa da tutte le parti, potrebbe essere sufficiente chiudere la porta dell’ufficio per una mezz’oretta o mettere su in po’ di musica in cuffie mentre si lavora: i rapporti sociali e la produttività non ne soffriranno. Sul lato opposto se non abbiamo scambiato due parole con nessuno per tutto il giorno, basterà prendere un caffè o trascorrere la pausa pranzo con un amico per recuperare energie. La chiave è la flessibilità.

Pianificate con anticipo. Abituatevi a pensare che un weekend trascorso tra feste, cene, spettacoli e amici vi riempirà di piacere ma probabilmente vi lascerà anche “svuotati” e sarà dura ripartire con la vita normale. Bisognerà quindi assicurarsi degli spazi e dei momenti solo per se stessi: per esempio il venerdì e il sabato socializzare, ma tenersi la domenica per rimanere soli (magari facendo un po’ di sport nella natura) e caricarsi in vista di un lunedì in inevitabilmente mezzo alle persone. Vale anche il contrario: troppo tempo da soli e sarà dura trovarsi a proprio agio con gli altri.

Imparate a dire di no. Ci avete fatto caso? Questo è uno dei suggerimenti che vanno per la maggiore negli ultimi tempi. Troppo facile infatti trovarsi invischiati in attività che non ci interessano, che non ci danno alcun piacere o nessun ritorno (e consideriamo anche quello economico, ci mancherebbe). Rifiutare cortesemente preserva il delicato equilibrio di un “ambiverso” e lo avvantaggia sul lavoro.

Stefano Tenedini

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Per saperne di più. Karl Moore, docente di neurologia e studioso del carattere, ha indagato sulle doti nascoste degli introversi con le loro qualità di “leader quieti”. A questo link trovate alcuni suoi articoli.

03/08/2017 • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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