Tiziana Recchia

Agli imprenditori del Nordest piacciono le sfide, meglio se difficili. Come quando negli anni Ottanta hanno creato quel modello di tessuto economico territoriale diffuso che ha fatto scuola e che tuttora regge all’impatto con la recessione, nonostante le crisi, gli inevitabili ridimensionamenti e le costanti trasformazioni.
Un tempo, quando era diffusa la mistica del “paròn”, si diceva fosse merito più dell’istinto che della preparazione e di analisi minuziose. Probabilmente era vero, ma il Triveneto di oggi è senz’altro erede di quelle intuizioni e di quello spirito di barricata.
Di certo oggi non basta più annusare l’aria per decidere le strategie di aziende che si sono strutturate e si trovano a recitare (anzi, a combattere) sul terreno della globalizzazione. È per questo che i figli di quegli imprenditori d’assalto si stanno attrezzando per diventare dei leader. Al vertice di aziende che vogliono riprendersi il ruolo di locomotive del Paese, eccellenze del Made in Italy che non vogliono trarre profitto dall’internazionalizzazione ma senza farsene travolgere.
Così, dopo avere studiato i fondamentali di una moderna gestione d’impresa si guardano intorno per cogliere quello che ancora manca a un territorio reattivo e pronto a sentire il vento: la formazione innanzitutto, la percezione del valore delle aziende, la leadership che significa crescere insieme ai propri collaboratori, una comunicazione che apra i confini e parli col mondo, un’innovazione che consenta di usare la tecnologia e non farsene usare. E soprattutto per ritrovare quell’etica del lavoro e dell’impresa che è nel dna del territorio.


La recessione non accenna a rallentare i suoi effetti sull’economia, ma gli imprenditori del Nordest, soprattutto quelli di nuova generazione, non vogliono più sentire parlare di crisi. Significa che si sta diffondendo una visione nuova, più positiva?
“Vorrei tracciare una linea che separi due categorie di imprenditori: forse una differenza più di generazione che di carattere. A prescindere dalle competenze e dai settori, che possono essere anche molto diversi tra loro, ci sono gli imprenditori che hanno vissuto sull’onda della crescita degli anni dai Sessanta agli Ottanta, e che quindi oggi hanno una certa età: ecco, a loro da un lato manca probabilmente l’energia necessaria per rinnovarsi, e dall’altro sono cresciuti e si sono radicati con un approccio al lavoro diverso da quello che è necessario adesso. La mentalità di chi ha trascorso la sua vita in un mercato in crescita e ha dovuto affrontare problemi diversi, potendo anche permettersi degli errori e delle scelte sbagliate, tipo “Quante macchine compro per crescere...” non “Chissà se ce la faremo a sopravvivere”.

Una congiuntura con la quale i giovani hanno dovuto imparare a fare i conti.
“Certamente. Le nuove generazioni sono avvantaggiate per la freschezza ma sono anche state formate in un periodo non facile. Come me, che a partire dagli anni Novanta mi sono trovato a guidare un’impresa sì in crescita, ma con un mercato altalenante. Siamo quindi tipologie diverse di imprenditori, due macrocategorie. E quella di oggi è più abituata al cambiamento: ad esempio pensiamo solo a come Internet ci ha stravolto la vita, come ha cambiato la velocità di reazione del mercato e delle imprese”.

Quanto ha inciso in questo processo di cambiamento la formazione?
“Tantissimo, ma gli imprenditori più attenti hanno sempre fatto formazione. Posso partire dalla mia esperienza: a vent’anni, prima di iniziare a lavorare in azienda, mio padre mi ha spinto a fare esperienza fuori, indirizzandomi in Germania. A cosa serve la formazione? Ad allargare la vista, gli orizzonti, perché l’imprenditorie deve essere un osservatore, un falco, deve fare ricognizione come gli aerei per poi disegnare una strategia a medio e a lungo termine e solo dopo andare al bersaglio. Questo compito non può essere delegato perché fa parte della visione, lo può fare solo l’imprenditore: spetta a lui decidere che cosa fare, in quale direzione andare, a che velocità. Perché il suo ruolo che non è risolvere i problemi quotidiani, ma andare oltre, guidare l’azienda su strade nuove”.

Però anche il leader ha bisogno di essere affiancato da una squadra che condivida la sua visione e i valori dell’azienda.
“Se non hai un team che ti sostenga non puoi farcela, è fuori discussione. Alla base di tutto c’è la formazione, che non è una fase banale: non posso formare i miei dipendenti da solo, la preparazione serve a tutti i livelli, bisogna essere capaci di insegnare e di trasferire le competenze. Anche il consulente deve avere una visione ampia del mercato: io non vorrei un coach che lavorasse solo per me, deve sapere che cosa fanno e non fanno gli altri, avere e portare stimoli, captare scelte differenti, opportunità diverse e aperture utili per la mia strategia. A me è successo quando venendo dal settore termotecnico ho aperto una società nel comparto dell’efficienza energetica senza saperne niente. Oggi ho raggiunto una visione di gruppo per le varie aziende, guardo a soluzioni energetiche intelligenti e innovative, ma non ci sarei riuscito senza poter contare su formatori con conoscenze e competenze ampie e a vari livelli, persone che operino sul campo e non lavorino sui libri, perché sono già vecchi appena pubblicati. Meglio ancora se i formatori sono imprenditori loro stessi, capaci di comprendere i tuoi bisogni”.

Nonostante tutto però l’imprenditore non può delegare l’intera formazione: lui conosce bene pregi e difetti dei dipendenti e deve trasferire la sua visione. “Certo, perché se non ce l’ha non è un imprenditore, è un titolare d’azienda che lavora... Seriamente: chi soffre la crisi oggi è perché non ha idee in un mercato che si è appiattito. Tutti possono accedere a tutti i prodotti, a qualsiasi livello di prezzo... questa è la magia e la condanna di Internet, che ti mette tutto a disposizione. Nel quadro della globalizzazione competitiva posso acquistare qualsiasi prodotto ovunque nel mondo, e vincono i più bravi. Quindi chi si è concentrato solo sul prodotto e pensa che basti servire il mercato è in grandissima difficoltà, perché non ha creato e pianificato una strategia”.
Aggiunge Tiziana Recchia: “Sono d’accordo sul doppio ruolo del formatore e coach: non bastano più i modelli del passato: il mercato non ci consente di fare una formazione solo teorica senza che il formatore possieda una visione imprenditoriale. In un mondo veloce che richiede flessibilità e risultati immediati, il modello accademico non basta, non ci si può permettere di insegnare cose che non si vivano direttamente. C’è un rapporto diretto tra insegnare come si vive e vivere davvero quello che si insegna. Visione aperta vuol dire anche andare oltre la territorialità del modello Nordest: non solo internazionalizzare ma superare i classici schemi delle alleanze. Per le aziende è fondamentale fare rete: intesa in vari modi, ma soprattutto come insieme di competenze per offrire a un cliente comune un prodotto e un servizio che è più competitivo perché è già globale”.
“Fare formazione è importante, ma al tempo stesso è necessario “concedere” a se stessi di farsi formare – sottolinea ancora Tiziana Recchia –. È un atteggiamento mentale che permette di entrare nella logica dell’apprendimento, del cambiamento continuo che in definitiva porta a cambiare la cultura d’impresa. L’imprenditore guida la sua azienda, non c’è dubbio, ma deve anche creare una leadership diffusa. Non per livellare i collaboratori ma al contrario per attivare la mentalità del leader ai vari livelli, perché spesso c’è un modello organizzativo fin troppo appiattito. Anche se non tutti possono diventare leader e responsabili di funzione, perché uno può essere tecnicamente competente ma non avere le caratteristiche e la personalità per rivestire un ruolo di guida”.

In definitiva occorre il coraggio di scegliere le persone giuste, senza automatismi.
“Aggiungo un’altra considerazione, che è anche una critica – spiega Michele Lovato – ad alcuni imprenditori: l’egocentrismo uccide l’azienda, e le nuove generazioni devono saper guidare senza accentrare i ruoli. Non significa cedere le proprie competenze, ma dare agli altri l’opportunità di crescere: se diffondo le esperienze in fondo arricchisco l’azienda. Qual è il mio compito? Un imprenditore lo sa, lo sente: è quello e solo quello che non può passare ad altri: ma delegare non è trasferire. L’azienda cresce se l’imprenditore si crea un team, non se fa tutto lui. E per quanto riguarda le reti, all’estero la partnership serve per migliorare i livelli di prodotto e servizio, una logica che funziona solo se tutti vincono. Ma noi italiani siamo più selettivi: anzi, diciamo la verità, siamo degli “egoisti imprenditoriali”. Le reti sono opportunità da cogliere grazie alla disponibilità e a rapporti più flessibili”.
Prosegue Tiziana Recchia: “Questo cambio di mentalità, la mescolanza, sarebbe utile al Nordest non solo per andare l’estero ma anche per sommare nelle aziende la leadership maschile e femminile. Ci sono donne a capo di imprese e nei consigli di amministrazione, ma c’è poca coesione e alternanza e questo è un grande limite, perché le due differenti visioni potenziano l’intera azienda, soprattutto sui mercati stranieri dove questa logica è già accettata, e la leadership in mano solo agli uomini ci mette in cattiva luce. Bisogna anche sfatare la convinzione che siano gli uomini che non vogliono mettersi a confronto: questo è un alibi che le donne usano spesso. È vero che come donna fai più fatica a farti accreditare, ma quando vieni riconosciuta e accettata proprio come donna, l’uomo ti stima doppiamente e per un’imprenditrice questo è un indubbio vantaggio”.
“L’importante è che la donna non nutra al proprio interno un senso di rivalsa e imiti gli uomini negli atteggiamenti – precisa Tiziana Recchia –. Deve capire il suo punto di forza, quell’intelligenza emotiva che le permette di fare business mettendo insieme il cervello e la percezione sottile, il cuore. Non è romanticismo, ma una visione a 360 gradi. Nel mondo delle imprese ci sono diversi modelli femminili vincenti, non possiamo rimanere indietro rispetto al mondo globalizzato. La donna è abituata a vivere in un continuo caos tra le proprie molte vite – personale, affettiva, familiare, imprenditoriale... La differenza sta nel muoversi con affanno o utilizzare questa competenza unica, che l’uomo non possiede, per diventare più efficiente e costruire con gli uomini una visione tridimensionale”.
“La presenza femminile porta una differenza palpabile in termini di concretezza, la prima caratteristica femminile – conferma Michele Lovato –. Spesso sono proprio le donne che ci correggono lungo il percorso grazie alle loro competenze: anche ai livelli importanti in azienda sono in grado di fare da collante e da interfaccia, perché sono multitasking e si sanno adattare. Sono elementi indispensabili per bilanciare, per completare l’equilibrio grazie alle differenze di genere. Se tanti uomini si sentono minacciati soprattutto in Italia è perché quando sono in posizioni di forza rifiutano un confronto che potrebbe arricchirli”. “La donna subisce forse anche perché non si sente ancora pronta – puntualizza Tiziana Recchia – a esercitare la propria professionalità, managerialità e imprenditorialità. Deve sviluppare le proprie caratteristiche, ma manca loro la consapevolezza di poter fare un passo avanti. C’è ancora difficoltà di dialogo. E aggiungo che le donne devono sentirsi più imprenditrici: al punto di rinunciare alle tradizionali armi di seduzione per porsi in modo più professionale, senza basarsi sugli stereotipi femminili. Insomma, non deve comportarsi “così” perché pensa che l’uomo le vede “così”, ma piuttosto mettere al primo piano la propria forza e gli skill manageriali e imprenditoriali. La sottigliezza troppo spesso è usata per aprire una breccia, mentre invece bisogna investire in una “relazione imprenditoriale” che valorizzi le reciproche diversità in un interscambio che arricchisce entrambi”.

Parlando di visioni differenti, quanto conta il confronto per un imprenditore che opera non solo in azienda ma anche all’esterno, come nelle associazioni di categoria?
“Ritengo sia molto utile prendersi qualche impegno in un ambito che non è il tuo mondo tradizionale, dove non sei il leader naturale ma ti devi aprire al dialogo. È un modo per crescere esercitando la tua leadership, una palestra anche di vita. Vorrei citare ad esempio il corso di leadership creativa organizzato da Open Up by Cassiopea con i paracadutisti della Folgore, dove lo spaesamento, lo stress, la necessità di decidere senza disporre delle informazioni necessarie simula la vita dell’azienda e ti obbliga a confrontarti con gli eventi. In fondo un ruolo insolito e una responsabilità nuova, che siano nelle categorie oppure nel sociale o nella cultura, ti aiutano a crescere. Per me ha contato moltissimo l’esperienza in Confindustria, a partire dal Gruppo Giovani di Verona su fino alla giunta nazionale di Federmeccanica. Mi ha arricchito enormemente facendomi vivere in un mondo nuovo e inserendomi alla base, senza la leadership di cui godo in azienda, mi ha spinto al confronto con gli associati, i più anziani, i presidenti: ti rapporti con imprenditori ricchi di esperienza, impari a “sentire” la realtà e assorbi molto di più rispetto a quanto accade a casa”.
“C’è da imparare, e gratis – afferma Michele Lovato –. Uscire dalle mura dell’impresa ha accresciuto la mia ispirazione ha fatto crescere anche l’azienda in modo inatteso, con la presenza di colleghi con i quali consultarmi e fare networking. Posso cogliere molti spunti da un imprenditore che ha fatto molta fatica e ha conquistato posizioni con la forza e la competenza, anche perché rispetto a una volta ci sono molte nuove piccole imprese e un tessuto imprenditoriale più ricco e diffuso. Un bravo imprenditore è tale e lo diventa per ciò che sa fare, non per i numeri che ha alle spalle. La differenza la fanno la sua visione e la volontà. Credo sia più utile avere ai vertici persone meno note e famose ma che sappiano portare novità e farti crescere insieme a chi ha voglia di dare e di continuare a crescere. Poi se sei in gamba nelle associazioni fai anche “carriera”, ma nel segno della meritocrazia, si valorizzano le competenze ed è appagante anche essere chiamati a svolgere un ruolo di responsabilità perché te ne ritengono capace. È un sistema che funziona perché c’è una forte coesione, si trasferisce agli altri ciò che si è imparato e il percorso continua nella condivisione e nell’affiancamento. Quanto porta una carica associativa all’azienda? Un po’ di visibilità: ma l’importante è essere disponibili per quello che si sa fare e dare”.

Parliamo di responsabilità sociale d’impresa, non solo di innovazione e di brand. Oggi c’è l’esigenza di dare un valore alla propria attività: ne abbiamo bisogno come persone, per ritrovare il ruolo valoriale che abbiamo perso insieme a molti riferimenti etici.
“Non posso che concordare con questa visione. Si può, anzi si deve fare etica anche nella propria realtà professionale. Perché fare impresa non è solo creare prodotti e servizi, fare impresa è una vera impresa, è riuscire a fare cultura sociale anche all’interno di una logica di business. Inoltre accrescere la cultura e l’etica in azienda è anche un potenziale, una carica di energia in più che si trasmette ai risultati concreti. Sono dell’idea che si debbano mescolare etica, business e socialità puntando a diffondere questa corrente positiva. Uno dei miei operai non deve avere la visione che lui lavora e io prendo i soldi... Va bene che l’imprenditore deve essere appagato del successo della propria attività, questo ci può stare perché è nel dna evolutivo dell’uomo, ma dover lavorare soltanto per guadagnare è una prospettiva frustrante. Io sento di dover mettere a disposizione tempo, ricchezza e se necessario anche i propri mancati guadagni per il bene dell’azienda”.
“Senza esagerare con i riferimenti, direi quasi che adesso fare impresa è una missione. Se le cose in azienda andranno meglio anche grazie al mio lavoro e potrò assumere del nuovo personale, beh, sentirò di aver svolto parte del mio impegno sociale, avrò fatto qualcosa di buono per il mio territorio... anche solo mantenendo e aumentando i posti di lavoro. E c’è dell’altro: il modello imprenditoriale che si avvicina alla mia visione non corrisponde solo a fare un po’ di beneficenza alla fine dell’anno... che è bello e utile, intendiamoci, ma è più importante e difficile poter fare del bene diffondendo la cultura e l’etica in azienda e nel mio territorio. Lo ritengo un privilegio, come quando abbiamo dato vita insieme a Open Up by Cassiopea, ad altre imprese e alla comunità locale al progetto “Un quaderno per la pace”, inviando materiale scolastico ai bambini dell’Afghanistan grazie agli amici della Folgore. In azienda è venuta gente che portava anche solo una matita perché non poteva permettersi di più: segno che abbiamo saputo contaminare i cuori e le menti delle persone grazie a un comportamento giusto. Ed è questo che come imprenditore trovo culturalmente ed eticamente unico”.

Tiziana Recchia
Michele Lovato

Tiziana Recchia, fondatrice della società di formazione Open Up by Cassiopea, è esperta di comunicazione sistemica evolutiva, consulente aziendale, docente e formatrice nei temi della mission, vision e carta valori, leadership, sviluppo personale e manageriale. Come coach segue imprenditori, manager e i giovani nella delicata fase del passaggio generazionale.
www.cassiopeaweb.com

Michele Lovato dal 2002 è amministratore delegato di Lovato SpA, specializzata nei sistemi di gestione dell’energia. È stato consigliere all’internazionalizzazione del Gruppo Giovani di Confindustria Verona e oggi a 39 anni è il più giovane membro della Giunta. Vicepresidente dei metalmeccanica a Verona, è anche componente di giunta nazionale in Federmeccanica.
www.lovatospa.com


06/08/2013 • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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