Tiziana Recchia

Per molti secoli, praticamente dallˈinizio dellˈera industriale fino a pochi decenni fa, non vi era in Italia unˈazienda che non fosse il dominio incontrastato degli uomini, sia nella produzione che – soprattutto – al vertice decisionale, fatta salva qualche rara eccezione. Ma come si dice, una rondine non fa primavera, e per le donne è stato a lungo un inverno triste e nebbioso. Oggi per fortuna questo muro invalicabile è finalmente crollato, anche se in alcuni settori resistono le vecchie separazioni.
Nel nostro Paese le imprese femminili sono diventate moltissime e stanno aumentando in continuazione: questo è il vero dato da cui partire e sul quale occorre riflettere per poter valutare serenamente e senza pregiudizi come la donna debba cambiare culturalmente per poter far convivere il ruolo professionale in equilibrio con quello personale di compagna, moglie e madre.
Siccome il dibattito su questi temi spesso si svolge con gli occhi rivolti al passato, non vorrei dire le stesse cose e ricadere nello stesso errore, ossia parlare di quanto sia difficile essere donne e imprenditrici, di quanto la rete sociale non le favorisca attraverso le infrastrutture e una visione mirata a sostenere le donne... e così via. Vorrei concentrarmi piuttosto sul cambio di mentalità e di cultura che la donna stessa deve compiere se vuole essere imprenditrice o manager. Prima di tutto occorre avere bene chiaro in mente che cosa vuol dire essere imprenditrici o manager e a quale modello vogliamo ispirarci perché ci appartiene e corrisponde alla nostra personalità. Prima di tutto dobbiamo quindi conoscere noi stesse per intraprendere un percorso professionale che sia in sintonia con i nostri bisogni e che possa realmente soddisfarli nel lungo processo di ricerca dellˈautorealizzazione.
Cominciamo a dire forte e chiaro che essere donne imprenditrici è una grande opportunità sempre che le donne stesse acquisiscano la consapevolezza di come utilizzare al meglio le caratteristiche dellˈarchetipo femminile (quindi lˈaccoglienza, lˈaccudimento, la protezione), integrandole però al tempo stesso con quelle dellˈarchetipo maschile: determinazione, forza e protezione.
È fondamentale non essere rigidi nella divisione dei ruoli della vita, ma anzi puntare alla massima flessibilità per non soffrire nellˈessere costretti a fare quotidiani equilibrismi per conciliare gli impegni di lavoro con lˈesigenza di garantire alla famiglia la necessaria attenzione, rinunciando così spesso a hobby e svaghi. La soluzione è ricorrere al pensiero laterale per trovare unˈelasticità innovativa e unˈautonomia organizzativa che permetta alle donne di essere imprenditrici senza che attività troppo intense le travolgano o che abbiano la meglio su una legittima scelta di vita.
Scegliere di essere imprenditrici significa prima di tutto comprendere lo stile di vita che si desidera: e armonizzare i bisogni propri e altrui comporta il creare un caos che spinge a imparare alcune strategie organizzative, utili per esempio quando gli imprevisti lavorativi ritardano il rientro a casa o quando le esigenze famigliari incidono sui tempi del lavoro. Ma allora come si può trasformare un limite effettivo in unˈopportunità di efficienza? Occorre ottimizzare al massimo ed essere sia efficaci che efficienti nel raggiungere i propri obiettivi prefissati con molta cura e chiarezza, sapendo veramente guidare una squadra e attuando un vero processo di delega con una sapiente performance di leadership situazionale.
Tra le tante definizione di leadership che si applicano agli imprenditori e ai manager ho scelto questa, che si adatta sia agli uomini che alle donne, per introdurre le competenze che un vero leader deve possedere: “Leadership è saper condurre delle persone verso una meta, esercitando un potere da loro riconosciuto come legittimo”. Sulla base di questa definizione si intuisce che “esiste leadership quando delle persone riconoscono al leader la possibilità di esercitare legittimamente un potere su di loro, allo scopo di condurle verso una meta”. Esattamente quellˈautorevolezza che riconosciamo al capo, capace di farci dare il meglio di noi e spingerci a imprese che non sapevamo di poter compiere.
Il leader – e soprattutto la donna leader – ha bisogno di crearsi attorno un clima di fiducia, di affidabilità, di condivisione e di solidarietà per accrescere il supporto di cui ha bisogno sia sul piano professionale che sotto il profilo personale, al fine di tendere sempre a un equilibrio. In altre parole è fondamentale riuscire a creare intorno a sé un vero “team” nellˈambito professionale e un analogo supporto nellˈambito personale, che sia motivato nel costruire insieme un percorso comune per raggiungere obiettivi condivisi.
La donna possiede nel proprio Dna la capacità relazionale, e quindi dovrà far emergere esattamente quelle risorse “sociali” per coinvolgere le persone che la circondano rispetto allˈobiettivo, Dovrà in altre parole comunicare e formare, non solo perché le persone imparino a svolgere il proprio lavoro, ma perché riescano a capire lo scopo, il senso e le logiche del “gioco” che si sta facendo insieme. Dovrà poi fare in modo che tutti possano “con-dividere”, ovvero mettere in piedi meccanismi premianti, tangibili e intangibili, tesi a far convergere gli obiettivi degli individui con quelli della comunità. La donna imprenditrice avrà inoltre di fronte dei compiti molto importanti sul piano delle relazioni con il suo team: dovrà saper generare fiducia, cioè dovrà essere prima di tutto onesta intellettualmente, ma soprattutto dovrà essere capace di comunicare, di ascoltare in modo continuo e dovrà creare continui contatti con e fra le persone. Dovrà, infine, generare responsabilità. Questo si otterrà nel tempo attraverso la delega e la formazione, ma soprattutto attraverso una quotidiana “educazione alla responsabilità”.
Queste caratteristiche riguardano naturalmente anche il leader uomo, ma analizzandole notiamo che sono molto vicine alle caratteristiche femminili, quindi – lo dico alle donne – occorre sfruttare le attitudini naturali, ritenendoci fortunate di possederle e trovando piacere nel poter esprimere al meglio i nostri talenti. La donna ha però di fronte quotidianamente un nemico molto pericoloso da combattere: Il senso di colpa, sia verso il lavoro perché si deve togliere qualcosa alla professione per la famiglia e al tempo stesso verso la famiglia, che viene percepita in competizione con il lavoro. Ma attenzione: questa è unˈalterazione della realtà, che finisce con il diventare un fantasma nel nostro cervello e nel cuore. Ricordatevi che noi non togliamo niente, ma anzi distribuiamo a entrambi! Vedere e vivere la situazione da una prospettiva diversa vuol dire sprecare meno energie e vivere i propri ruoli con più soddisfazione e piacere.
Quando sappiamo che cosa vogliamo veramente, allora i sensi di colpa non riescono a fare presa su di noi né a inquinare la nostra esistenza, e non minano il nostro equilibrio. Siamo noi stessi a concedere al senso di colpa potere su di noi, solo perché abbiamo perso di vista il nostro obiettivo e la fonte della nostra soddisfazione: quindi occorre dialogare interiormente con noi stessi per ritrovarci e per dare un senso ai nostri bisogni e alla nostra volontà.
Detto di come sia importante per una donna imprenditrice definire i ruoli, appropriarsi delle proprie caratteristiche intrinseche ed entrare in contatto con gli obiettivi della vita, passiamo a un argomento altrettanto importante per la costruzione (o la ri-costruzione) di sé. Unˈaltra fase molto importante nella vita di una donna prende avvio dopo i 50 anni, quando – tuttˈaltro che arrivate al traguardo, e ancor meno sulla soglia del declino – arriviamo al top della carriera ed è il momento di tracciare i primi bilanci.
Essere manager a 50 anni apre infatti le porte a una riflessione che devˈessere attenta e profonda: la nostra carriera è ormai più che avviata, abbiamo il tempo e ci viene la voglia di iniziare a tratteggiare un primo resoconto di quanto abbiamo fatto finora. Guardiamo allora con molta attenzione e senza pregiudizi al nostro operato: abbiamo alle spalle tutto ciò che abbiamo creato negli anni, osserviamo i momenti difficili ma anche le vittorie e i risultati ottenuti. Forse può sembrarci di avere già dato tanto, forse quasi tutto.
Ma non è così! Abbiamo davanti a noi, a portata di mano, la possibilità concreta di una nuova splendida sfida con noi stesse: osservare da vicino e guidare con mano ferma i nuovi arrivati nel mondo del lavoro, condividere con loro quanto abbiamo appreso, aiutare i più giovani a fare le scelte che si troveranno di fronte nel loro futuro. Insomma, abbiamo dato molto, ma se vogliamo possiamo dare molto di più.
Per una donna è fondamentale costruire una sinergia con i giovani che stanno cercando la via del successo e della realizzazione professionale e personale. Non solo per le donne: lo è anche per gli uomini, naturalmente, ma lˈistinto di assistere i ragazzi nel loro cammino è fortissimo nella componente femminile. Ai giovani vanno dedicati i nostri giudizi più sereni e dispensate le nostre critiche (purché costruttive), ma anche – più importanti di tutto – i nostri consigli.
Ma visto che stiamo parlando di imprenditrici e manager, in cosa possiamo veramente aiutare i nuovi assunti che entrano in azienda? Fino a che punto possiamo spingerci, forti della nostra esperienza, così da non farli soccombere o intimorirli dinnanzi alla nostra grande preparazione? Ricordiamoci sempre che vogliamo trasferire loro le competenze faticosamente acquisite in tanti anni di lavoro, non seppellirli sotto la nostra bravura: così possiamo evitare di intimorirli e bloccarli, e al contrario diventare per loro un supporto e un punto di riferimento luminoso, chiarire e definire meglio i reciproci ruoli nellˈambiente lavorativo, illustrare le competenze specifiche a chi un giorno sarà chiamato a ricoprire, si spera, ruoli importanti in azienda.
Oltretutto non si tratta solo di lavoro: abbiamo il privilegio raro di poter trasmettere il significato stesso del vivere lˈambiente professionale, spiegando come meritarsi la fiducia dei colleghi, in che cosa consiste il senso del dovere e perché è così importante, come imparare a porsi degli obiettivi e raggiungerli, come essere insieme efficaci ed efficienti... Ma anche chiarire loro con lˈesperienza quali sono le competenze trasversali di un manager e trasferire appunto la nostra mentalità manageriale. Possiamo insomma spiegare grazie al nostro vissuto personale e professionale quello che allˈuniversità non insegnano ma risulta utilissimo nel lavoro e nella vita quotidiana. Ma fate attenzione, cari cinquantenni: lˈesperienza è tantissimo, ma non è tutto. Non cadiamo nellˈatteggiamento sbagliato di chi ha già visto tutto, fatto tutto e sa tutto... Anche noi, manager ricchi di visione ed esperienza, possiamo trarre beneficio dalla freschezza e dalla spontaneità dei più giovani.
Impareremo dai nuovi colleghi (meglio ancora, re-impareremo) la flessibilità e una nuova consapevolezza del mondo, più orientata verso la globalizzazione, in netto contrasto con la nostra visione tradizionale. Inoltre i giovani di oggi sono più attenti alle nuove tecnologie, padroneggiano le lingue straniere, i canali comunicativi inediti, come il web marketing...
Tutto è cambiato dal tempo del nostro ingresso nel mondo del lavoro. Per questo i nuovi assunti possono darci stimoli innovativi per realizzare progetti inediti, e farci riflettere sul fatto che anche ciò che ormai riteniamo routine è importantissimo. Farci capire, inoltre, che abbiamo un ruolo fondamentale come tutor per far crescere i nostri collaboratori. E dobbiamo quindi rivalutare noi e il nostro operato.
Il rapporto con i giovani ci può rinvigorire e al tempo stesso ci permette di apprezzare lˈesperienza e la saggezza che abbiamo acquisito negli anni. Il ragazzo che bussa alle porte del mondo del lavoro non conosce ancora i propri limiti, mentre voi credete di conoscere appieno tutte le vostre capacità e di non poter aggiungere altri capitoli a un libro che ritenete già scritto. Ma provate a mettervi in gioco ancora e in un modo nuovo, e vi accorgerete di poter fare ancora molto di più. Lasciatemi anche aggiungere che ad ogni età occorre avere un atteggiamento proattivo ed empatico con il lavoro. Troppe persone infatti non fanno quello che amano soprattutto perché non conoscono la risposta alla domanda: “Che cosa ami fare”? In effetti questo è un interrogativo al quale non siamo abituati a dare risposta, perché sia la parola “amore” che il concetto al quale essa sottende vengono usati soprattutto a livello affettivo.
Ma provate a pensarci: una buona parte della nostra vita la spendiamo impegnati in quella occupazione quotidiana che si chiama lavoro. Considerato questo aspetto, ora meditate: e se veramente ci ponessimo nei confronti del lavoro giudicandolo piuttosto un mezzo e una risorsa per la realizzazione di noi stessi, per la nostra soddisfazione, una delle possibilità per poter esprimere il nostro carattere, la personalità e la nostra vera essenza?
Che cosa potrebbe cambiare? Sicuramente avremmo a disposizione una maggiore energia: non soltanto nel fare le cose, ma anche nel pensare a come farle al meglio delle nostre possibilità e nellˈesprimere il nostro pensiero laterale. Provate a immaginare ad esempio come ci sentiamo quando siamo innamorati: siamo vivi, ricchi di energie, motivati, intraprendenti e sorridenti. Bene, proprio questa è la ricetta che ci dobbiamo ricordare ogni mattina per poterci preparare la “pietanza” più appetitosa che abbiamo a disposizione quel giorno.
È vero che a qualche lettore, e soprattutto lettrice, quello che sto dicendo potrebbe forse sembrare unˈutopia e un atteggiamento un poˈ troppo lontano dalla realtà: eppure se ci arrendiamo, se ci rassegniamo a vivere ogni nostro gesto e pensiero legato al lavoro con un crescente sottofondo di noia, di ripetitività e di routine, allora prima o poi finiremo nostro malgrado con il sentirci prigionieri, e dovremo divorziare dal nostro lavoro. Oppure, peggio ancora, saremo costretti a vivere come separati in casa, costretti a sopportarci ma senza avere più nulla da dirci.
Come accade a qualsiasi legame di coppia, invece, anche il nostro approccio al lavoro deve cercare e trovare occasioni per ravvivare, riscoprire, armonizzare, vivacizzare… in sintesi, per vivere veramente questo rapporto al quale chiediamo molto. Non dimentichiamoci mai che il lavoro che ci occupa così tanto tempo e ci richiede tanta energia è come una donna da corteggiare o un uomo da conquistare.
A chi spetta scegliere come farlo? Ma a noi, naturalmente. E anche decidere quanto vogliamo davvero vincere dipende da noi stessi. Allora mettiamoci tutte le nostre risorse, la fiducia, il nostro interesse, le energie, i talenti e il buonumore. E vedrete come, anche se ogni giorno non è mai uguale a un altro, siano sempre tutti unˈopportunità da non disperdere.

Tiziana Recchia

28/08/2013 • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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